Il pensiero narrativo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Administrator   
Mercoledì 01 Settembre 2010 13:42

Vorrei prendere in considerazione e portare alcune riflessioni  sull’importanza del Teatro di Figura  nella formazione e nella strutturazione del pensiero narrativo nella persona e delle ripercussioni che tale forma di rappresentazione teatrale ha nella crescita e nelle elaborazioni cognitive e relazionali principalmente nel bambino ma anche nell’adulto.

L’utilizzo di altro per rappresentare (oggetti, ombre, burattini, marionette) appartiene a tutte le culture e si potrebbe forse sostenere che il bisogno di comunicazione mediante l’utilizzo di oggetti mediatori che permettono un distacco dalla propria integrità corporea, sia innato.

L’origine di questo processo potrebbe essere ricercato nelle prime fasi di vita del bambino quando verso gli 8-9 mesi inizia a sviluppare il gesto dell’indicare, utilizzando il dito indice, come momento per uscire dal proprio mondo e agire sul mondo. Non credo sia un caso se noi burattinai facciamo parlare i nostri personaggi principalmente infilando le loro teste sul medesimo dito.

L’oggetto assume una doppia valenza nel momento che è scelto o progettato, per cui diventa carico di investimento emotivo,  portatore di valenze affettive, ma nel momento della messa in scena invece assume un ruolo di presenza e di parola, è tramite tra l’attore che si nega scomparendo dietro il teatrino e il pubblico.

Ciò che sostiene questo tramite è la narrazione o meglio l’intreccio delle sequenze narrative.

 

Il dipanarsi di queste sequenze  permette di organizzare meglio l’esperienza nel rapporto con la realtà.

Questa peculiarità si intraprende verso i due – tre anni di vita quando si entra normalmente nella fase di gioco simbolico, il gioco del far finta, ed è costruita precedentemente sviluppando processi di attenzione alle espressioni facciali (della mamma), e all’espressione verbale, alla direzione del suo sguardo, alle capacità imitative sia gestuali che vocali,  processi che porteranno in seguito alla capacità di “costruire una storia”.

Il gioco di finzione secondo alcuni autori non è solo agire come se ciò fosse legato ad un fatto comportamentale (uso una banana per fare un telefono)  ma è uno stato mentale legato a meta-rappresentazioni (comprendo che la banana non è un telefono e che i telefoni non sono commestibili.)

La capacità del bambino di entrare e uscire dai diversi ruoli permette di fare esperienza e di sviluppare un mondo di relazioni, di segnare la sua capacità di comprendere i rapporti con i suoi simili e gli stati mentali altrui.

Caratteristiche della narrazione. Per questi brevi concetti mi rifaccio a Bruner !991

Sequenzialità – Il tempo del racconto è un “tempo umano “ sono gli eventi che lo scandiscono, che danno significato alla narrazione.

Particolarità  - La narrazione tratta di questioni specifiche.

Riferimento e stati intenzionali – I personaggi compiono azioni sulla base delle loro credenze, la narrazione ci fornisce un mezzo perché un personaggio agisce in un certo modo. Anche il contesto è importante, il significato non dipende solo dai segni ma anche da chi li interpreta.

Canonicità e violazione – La narrazione ha bisogno di un evento precipitante, equilibrio e disequilibrio.

Opacità referenziale – La narrazione ha bisogno di verosimiglianza.

Composizione della rappresentazione – Attore, azione (comportamenti), scopo (la meta), scena, strumento (strategia), sono le basi per lo sviluppo del pensiero.

Incertezza -  La narrazione ha a che fare con l’uomo e quindi con instabili certezze, inoltre il racconto è narrato in modo congiuntivo e quindi lascia aperta alla contrattazione i significati del racconto.

Questo sistema di utilizzo della narrazione per evolvere dal punto di visto cognitivo non si costruisce solamente con stratificazioni ma viene di volta in volta modificato e variato quando si mettono insieme nuove classificazioni narrative.

Secondo alcuni autori i sistemi di classificazione di oggetti possono essere fondamentalmente tre, oggetti raggruppati per somiglianze percettive e funzionali, oggetti abbinati per funzioni logico narrative , oggetti abbinati per le loro funzioni narrative.

Queste tre forme favoriscono sistemi di pensiero differenti: il pensiero logico, il pensiero narrativo, il pensiero logico-narrativo.

Da alcune ricerche molto recenti sembra che i bambini narrativi siano più flessibili all’uso di diverse strategie mentali e cerchino maggiormente l’accordo con gli altri.

Forse è per questo che nonostante le legnate che i nostri burattini si danno dentro la baracca, alla fine ritrovano aggiustamenti e risoluzioni ai problemi!

Queste parziali riflessioni ci conducono a comprendere l’importanza pedagogica del racconto con oggetti nella formazione degli spettatori, ma anche l’importanza per gli spettatori di provare in prima persona il Teatro di Figura.

L’idea di rappresentare una narrazione  animando un personaggio, supera il contesto intimistico del parlarsi tra se caricando di significati un diverso attore che media tra il mio mondo, le mie conoscenze e l’esterno.

Questo passaggio di comunicazioni e conoscenze avviene per un processo di identificazione e di negazione che aumenta la coscienza critica dell’individuo.

Il teatro di Figura ha visto in questi anni un target centrato maggiormente su un pubblico infantile, questo ha creato molta esperienza sui linguaggi che permettono uno scambio con questo pubblico, diversamente c’è un vuoto per quello che riguarda sia la scrittura drammaturgica che la messa in scena di lavori con tematiche adatte ad un pubblico adulto.  

A questo punto non ci resta che chiederci se ha senso un Teatro di Figura per persone che già hanno formato le capacità di lettura empatica dei caratteri e dei pensieri dell’altro, come gli adulti.

Per dare una risposta a questo quesito cercherò di trovare dei riscontri nella mia esperienza personale.

Per quanto riguarda il punto di vista dell’attore, il fare costruttivo e creativo  da adulto permette di riappropriarsi di processi legati alla manualità, riscoprire il piacere del gioco, rimettere la propria e l’altrui storia  al centro della narrazione utilizzando le categorie della memoria, dell’esperienza personale (autobiografia), della lettura degli avvenimenti, e permette l’uso della metafora. Nella fase rappresentativa permette la ricerca di coloriture stilistiche,  il riappropriarsi dell’ attenzione al linguaggio verbale e non verbale, e la risoluzione di problematiche progettuali legate alla messa in scena che talvolta  è legata da condizioni di difficoltà oggettive ovviate spesso da materiali autocostruiti o riciclati, anche se questo fa assumere notevole valore “ecologico” al Teatro di Figura.

Se intendiamo il processo di formazione non come un momento di apprendimento che si stratifica con il tempo ma piuttosto in maniera dinamica, in cui necessariamente il nostro pensiero cambia nell’interazione con l’ambiente, al contatto con i “fatti della vita”, con le nuove conoscenze, dagli incontri emotivi e affettivi che si vengono a creare nel percorso temporale della nostra esistenza, si può comprendere come il punto di vista sugli avvenimenti si modifichi e cambi.

È la storia dei grandi pensatori e dei grandi narratori che modificano i racconti senza stravolgerli ma che creano di volta in volta differenti inquadrature e punti di vista, letture interpretative e originali nei messaggi comunicati a un pubblico che ha il tempo per sintonizzarsi e fare proprio il processo dialogico contenuto con l’oggetto sempre presente come facilitatore.

Vorrei fare un’altra considerazione legata ancora alla mia esperienza personale – famigliare.

Quando mia figlia era piccola si rifiutava di mangiare come molti bambini le verdurine di campo, altri salutari vegetali; di nascosto dalle maestre le buttava sotto il tavolo della mensa scolastica. Siccome nessuno se ne accorgeva i  bambini finivano per pestarle e  portavano in giro per la scuola delle splendide orme verdi per cui le bidelle andavano su tutte le furie. Scoperta, nonostante il richiamo delle maestre, mia figlia continuava a non mangiarle e trovava vari stratagemmi per nasconderle. Le preoccupazioni genitoriali aumentavano così giorno dopo giorno, affinché con mia moglie non ci venne l’idea di montare in camera un teatro e realizzati tutti i personaggi dell’orto, PomoDario, AsparaGino, MelanzaNina, Il contadino Nello, Il mago Scarafone rappresentammo la la Favola della Terra. Da quel giorno mia figlia assaggia tutte le verdure anche se per onestà, devo dire che ancora oggi tranne i finocchi, le carote tagliate alla Julienne , i pomodori cirietti  preferisce mangiarsi altri alimenti. Evidentemente il teatro può molto, ma non può certo fare tutto!

Questo piccolo aneddoto ci conduce sulla possibilità che hanno le azioni rappresentate di modificare dei punti di vista ma purtroppo questo è un processo molto lento che richiede una pratica quotidiana e una pratica che va costruita negli ambienti educativi e non esclusivamente nei circoli deputati alle messa in scena.

L’attenzione per i setting di rappresentazione è molto importante perché rendono altro il contesto, e nello stesso tempo permettono di ritornare alla vita reale, soprattutto se si utilizzano spazi non convenzionali.

Lo spazio scenico orizzontale e verticale ma definito, diventa contenente e contenitore, e rischia di essere messo in discussione dagli attori come per il teatrino  che viene distrutto dalla iperattività aggressiva di Don Chisciotte.

Questa “Triste Figura” non coglie e non differenzia il momento della rappresentazione dai fatti che realmente stanno accadendo dentro il  racconto di Maese Pedro e si immedesima a tal punto da agire fisicamente dentro la storia, sfoderando la sua arma e colpendo senza ragione i burattini Don Gaifero e Melisendra, Carlo Magno e i mori mussulmani.

Questo momento raccontato da Cervantes è anche esplicativo di una difficoltà che Don Chisciotte ha di cogliere che dietro al movimento dei fantocci c’è una persona. E’ quello che succede al pubblico piccino che fatica a capire questo passaggio immaginativo, infatti molte volte dopo lo spettacolo ci ritroviamo i bambini dentro al teatro e talvolta  i processi di identificazione e scontro con i personaggi portano bambini ad agire, per esempio tirando sassi o sputando verso i personaggi cattivi.

Quello che viene chiamata teoria della mente cioè la capacità di cogliere l’altro nelle sue sfumature e nei suoi pensieri, è un processo che passa anche attraverso il mondo narrativo e non verso il mondo televisivo della fiction che crea piuttosto emulazione di modelli.

Per cui il Teatro di Figura può contribuire a far si che le capacità critiche, la disponibilità verso le idee altrui, la comprensione dei fatti, non vengano manipolate da altri, insomma un contributo che questa forma di teatro può dare nel formare persone più libere e creative.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Settembre 2010 14:02