| Il pupo e il burattino |
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| Mercoledì 01 Settembre 2010 13:47 |
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Il pupo e il burattino – Dal Veneto alla Sicilia passando dall’Emilia e da Napoli, (Autostrada del sole) un viaggio nel teatro di figura in Italia. Di Maurizio Gioco – Luglio 2010 - Marsala
1) NOTA BIOGRAFICA Alcuni anni fa, verso l’inizio degli anni ottanta, cercavo nuove esperienze ludiche e pedagogiche e nuovi approcci educativi da proporre ai bambini, mi interessavo di laboratori creativi da svolgere in attività scolastiche ed extrascolastiche. Il movimento di spettacolo in strada fuori dai luoghi convenzionali arrivava nella mia città di provincia con un certo ritardo rispetto alle esperienze più marcate e di Milano e Bologna, ma era comunque attivo, e le tecniche teatrali di mascheramento e le azioni laboratoriali accompagnavano spesso iniziative sociali (il movimento ambientalista, le occupazioni di case ecc). Azioni che vedevano adulti e bambini partecipare insieme in happening e atelier di costruzione di maschere, burattini e pupazzi che venivano realizzati con tecniche diverse; dalla cartapesta, al gesso. alla gommapiuma con materiale divertente e duttile. A quel tempo ero molto attratto da questo impegno teatrale e sociale tramite il fare, ritenevo come ora l’utilizzo delle manipolazione e il processo costruttivo di progettazione, fondamentale, per uno sviluppo psicologico armonico del bambino. Successivamente mi interessai alla fase di rappresentazione coordinando di mini azioni teatrali, per strada, nei centri estivi e in luoghi dove il teatro ufficiale non arrivava. Erano anni di notevole fermento culturale dove la il momento di “liberazione” iniziato nel 1967-68 tendeva strutturarsi nella società, supportato e inglobato nella sua coda anche da istituzioni pubbliche che lo accettavano. Spinto da questo entusiasmo e fermento e da un bisogno oggettivo di prendere possesso delle tecniche animative utili per il mio lavoro, entrai un giorno in contatto con una burattinaia. Presi un ascensore antico e scricchiolante e mi trovai al terzo piano di un palazzo antico. Nella casa laboratorio la burattinaia aveva burattini in ogni angolo, nei cassetti, alle pareti. Burattini di cartapesta con nasi fatti con tappi di sughero e occhi di biglie di vetro. Tutto era immobile, così pensai che quei burattini dovevano essere portati fuori, all’aperto, insomma dovevano lavorare. Fu proprio l’idea di animare un oggetto statico e fermo che inizialmente mi spinse a muovere i primi passi verso questo universo. Ma vorrei fare ancora un breve passo indietro se permettete, scavare cioè più profondamente nei miei ricordi personali e tentare un breve aggancio storico.
2) NOTA STORICA Lo spettacolo dei burattini era stato presente nella mia infanzia più che altro come racconto della nonna torinese, che mi parlava di Gianduja, e di una mia zia che aveva vissuto a Mantova eveva visto spettacoli in piazza Bordello, più che in realtà come esperienza mia personale. Avevo frequentato la scuola elementare di un quartiere storico e popolare ricco di tradizione, S.Zeno, avevo assistito a un paio di spettacoli del burattinaio Nino Pozzo nato a Verona ma formatosi alla corte del maestro Campogalliani e attivo nel mio territorio fino agli anni settanta. Le famiglie burattinaie avevano allora dei taciti accordi per non invadere zone altrui e Pozzo operava nella città. Onestamente i suoi spettacoli non mi avevano colpito più di tanto forse perché il burattinaio oramai anziano non aveva dato il meglio di sé o forse perché quelli spettacoli iniziavano a entrare in conflitto con un linguaggio drammaturgico oramai superato. . La TV iniziava ad occuparsi dei ragazzi, e il pupazzo lasciava la strada per approdarvi con la Perego e con il suo Topo Gigio in bianco e nero e iniziava quindi un percorso più “vitrtuale” di rappresentazione Nella mia città alcuni personaggi eccentrici e popolari (Il torototela) si esibivano durante il carnevale fin negli anni sessanta usando teatrini automatici nelle piazze montati sopra a delle strane biciclette o a carretti spinti a mano, si esibivano anche nelle feste, e nelle sagre di paese ma il teatro dei burattini era destinato a subire un forte declino tanto che i materiali venivano dalle compagnie svenduti o abbandonati in polverosi magazzini. Verona con la sua provincia non fu terra di burattinai come l’Emilia e la Romagna, anche se alcune famiglie erano presenti e provenienti al confine della regione come i Sarzi. Nella mia terra la narrazione popolare ottocentesca e di inizio secolo avveniva nelle stalle alla sera, principalmente nella stagione invernale, era il fare Filò dove venivano raccontate storie di Strie (Streghe) Fade (fate), Anguane (abitanti dei fiumi), mammane e orchi. Il Filò non c’erano figure solo la parola era l’elemento forte del racconto, tranne l’immancabile bastone (e non di burattini) da contadino che poteva segnare, essere agitato o stare calmo nel mani del fabulatore narratore, presenza oscura, avvolto nel suo mantello nero (Tabarro).. Quindi i burattini, le cui teste venivano intagliate da vere e proprie fabbriche nel “bergamasco” con produzione industriale, e nella zona centrale prealpina e delle alpi, presero la strada che in passato fu del servo Arlecchino e degli zanni nel cinque /seicento, discesero i monti per colonizzare la campagna e poi la città. Trovarono famiglie di provenienza circense, teatrale, e contadina disposte a vestirle e ad utilizzarle per gli spettacoli, prevalentemente nelle grandi cascine e nelle piazze. Recuperando così dal repertorio della commedia all’improvvisa e dell’arte , i frizzi e i lazzi di grande presa popolare. Nascono in quegli anni maschere di Gioppino, della Paulonia, di Fasolino e Sandrone. Il burattinaio è un mestiere che serve per vivere per tirare a campare e che vede nella strada il suo fare e il suo agire. Agli spettacoli partecipano non solamente bambini ma adulti, e rappresentazioni vengono organizzate perfino per i soldati al fronte(ci sono documenti di utilizzo del burattino nei campi militari della prima e nella seconda guerra mondiale). L’anima libera di questa forma di teatro sopravvive nelle regioni del Nord alla censura asburgica e nonostante alcuni episodi il teatro dei burattini viene tollerato dal potere, forse perché sfugge nella sua essenza dialogica ricca di un linguaggio metaforico e semplice per la mobilità della rappresentazione per il circuito circoscritto e per il “target”indirizzato a un pubblico infantile, magari spinto da Collodi e dal suo Pinocchio. Il repertorio come dicevo prende le sue origini dalla Commedia Ruzantiana e Goldoniana, evidentemente un recupero testuale obbligato per la proposizione che conteneva analogie con le condizioni di vita sociale dell’epoca. ma si assiste anche allo sviluppo di temi propri legati alle paure, alla fame…ci sono anche rappresentazioni e rievocazioni di fatti di cronaca, alluvioni, terremoti, ecc. Diversamente dai vostri Pupi che invece seguono la traccia marcatamente culturale dei cicli Carolingi e della lotta tra Cristiani e Infedeli che sono espressione di una poetica più alta, di un tema colto, letterario, universale. Lo spettacolo dei burattini rimane a un livello più semplice e popolare diversificandosi nel tempo ottocentesco dai teatrini di marionette che entrano nelle case borghesi e adornano i salotti dei notabili della città Ma ritorniamo dopo questo breve excursus storico al valore intrinseco che lo spettacolo delle figure contiene portando con sé varie sfaccettature e interessando campi inaspettati.
3) NOTA RIFLESSIVA SULLE DIVERSITA’. CONSIDERAZIONI SEMPLICI. Le differenze tra pupi e burattini. Il burattino è mosso dal basso, mentre il pupo dall’alto, il burattino è un guanto a cui bisogna dare vita. Il pupo ha una struttura che si impone, una organizzazione di manovra. Il burattino ha un vestitino semplice a volte addirittura fatto con uno straccetto, il buratto appunto, mentre il pupo ha una corazza cesellata e dorata. Il burattino ha contatto diretto con l’uomo, il pupo ha bisogno dell’asta, anche se diversamente dalla marionetta che mi sembra oggettivamente un essere più volatile è fermamente ancorato alla terra (per il suo peso, per le sue dimensioni). Il terreno richiama alle storie che vengono rappresentate con Paladini e Cavalieri , Il pupo è sempre soggetto a una forza dall’alto in basso deve calpestare gli stati per spostarsi, deve guerreggiare a amoreggiare e anche per compiere un fantastico sogno ha bisogno di una base concreta: Il terreno sotto le verdi frasche di una quercia o un tavolaccio della locanda, su cui posare la testa e prendere sonno e ritornare dopo aver compiuto un viaggio. Il burattino vive invece in una sorta di limbo, non tocca il cielo, ma se gli va bene lo sfiora. Sta a galla a mala pena e se sprofonda sa annaspare sopra al pelo dell’acqua. Il burattino vive a stretto contatto con la mano e con le dita che scompaiono sotto il vestito. Anche nel pupo le mani di chi lo muovono scompaiono e devono trasmettere la loro sensibilità all’asta e ai tiranti, ma da lontano. Queste diverse tecniche hanno ovviamente efficacia nella rappresentazione se c’è un trasferimento di emozioni dall’attore in attore che non gioca sulla sua presenza ma anzi sulla sua capacità di scomparire. Questo implica la repressione del suo protagonismo attoriale e lo obbliga a investire in una operazione che i psicologi chiamerebbero di estraniamento, ma che implica la presenza di funzioni come la voce, il movimento, il gesto, l’attenzione, la sequenza narrativa. Emozione, improvvisazione ecc , oltre alla coordinazione degli elementi scenici come l’uso degli scenari. Inoltre dall’interno della baracca non si ha le percezione di quello che succede fuori, e il burattinaio deve essere attento a captare ogni segnale non visivo che proviene dal pubblico. In questo senso il burattinaio coglie la sollecitazione esterna e spesso la inserisce improvvisando nella struttura dialogica. Il dialogo che viene creato dal burattinaio solitario è interno e coinvolge la parte destra e la parte sinistra del corpo in un gioco simmetrico-asimmetrico che mette in relazione scambi sia cognitivi che esecutivi che devono attivarsi in maniera veloce. Costringendo le due parti ad agire coordinate e diversamente dal proprio sè. Ho avuto la fortuna di osservare bravissimi burattinai agire dentro la baracca-castello è interessante notare come funziona il loro sguardo e la mimica facciale verso il burattino, come siano fluidi i movimenti, come il cambio della voce e la struttura del dialogo facciano vivere in gioco tra realtà e fantasia le loro figure. Tuttavia sembra semplicistico che basti l’animazione di un fantoccio per creare una “vita” (questo era il mio immediato proposito iniziale) e allora si apre un nuovo scenario. Il burattino e le figure in genere contengono una forza interna propria, personale … Campogaliani in uno dei suoi scritti sosteneva proprio questo sostenendo che::”Tra burattino e burattinaio si stabilisce una specie di corrente simpatica, una fusione fisico,psichica che permette al burattino di adoperare la voce del burattinaio e a questo di comprendere, tradurre e rendere il pensiero di quello”. E ancora”Coloro che credono che i miei burattini siano dei pezzi di legno inanimati sono in grave errore, per me ogni burattino è una creatura viva che pensa…non sono io che faccio parlare il burattino, al contrario è il burattino che fa parlare me”. Vorrei inoltre soffermarmi sull’aspetto “scultoreo”, l’esasperazione dei tratti scolpiti del visi, il tratto grottesco contrasta con la gentilezza del pupo. Il burattino diventa caricatura e i difetti vengono accentuati (Tartaglia), mentre i paladini sono rifiniti e curati nelle loro armi, nei loro cimieri. Alcuni registi come Pasolini hanno travasato nel cinema alcune caratteristiche e caratterizzazioni dei soggetti che ritroviamo più tardi in tutto il cinema neorealista e anche della Commedia all’Italiana fino a Pasolini. Oggi le creazioni dei puppets sono diventate diafane e maggiormente mortifere, complesse nella loro realizzazione con meccanismi e utilizzo di materiali diversi e tecnologicamente avanzati.. Il burattino lascia il posto a personaggi più sofisticati a tecniche più precise, uso del silicone. Io stesso nelle mie ultime creazione tendo a essenzializzare la faccia e l’espressione., ma questi sono percorsi creativi personali anche se ci sono condizionamenti che derivano sicuramente dal mondo letterario, artistico, grafico dal cinema di animazione ecc. (penso alla Sposa Cadavere e al filone Fantasy) .
IL FUTURO In questi ultimi anni l’attenzione per il teatro di figura verso il mondo dell’infanzia è stato molto positivo, ha avvicinato molti ragazzi al teatro, sono aumentati il numero di operatori-attori e anche le iniziative, festival rassegne. Certo questa crisi e le scelte politiche ed economiche si fa sentire pesantemente sulle compagnie. Credo che ci sia bisogno di svecchiare il linguaggio e anche di semplificarlo, si sente il bisogno di affrontare nuove drammaturgie, di sperimentare nuove contaminazioni con altre forme d’arte, ma è anche necessario ragionare sul messaggio, sulla comunicazione che questa forma di teatro vuole porre. Personalmente penso che questo messaggio debba essere quello universale di unire la gente e non di dividerla, di superare le diversità, di valorizzare le diverse culture, di incontrare gli altri con il momento della rappresentazione, di sviluppare un teatro morale, sociale e civile. Grazie dell’attenzione Maurizio Gioco
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